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Multinazionali e Africa --> Shell Oil
La comunità degli Ogoni nella Nigeria meridionale sta sostenendo una campagna contro i danni all'ambiente e alle risorse agricole causati dalla compagnia Shell. Lo scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa, premio Nobel alternativo per la pace e leader del movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, è stato impiccato insieme ad altre otto persone dal regime nigeriano, nonostante le pressioni dell'opinione pubblica internazionale. Secondo Greenpeace questa uccisione incrinerà fortemente il nome della Shell. Estrazione petrolifera e violazione dei diritti umani sono spesso drammaticamente correlati, soprattutto nel sud del mondo. La Nigeria è uno dei maggiori produttori di "oro nero". La Shell estrae in Nigeria sin dal 1958, ma nel paese africano la ricchezza è rimasta nelle mani di pochi. Le popolazioni che vivono lungo il delta del fiume Niger si sono ribellate alla perdita di terra sottratta senza giusti compensi, scatenando così la reazione violenta del regime militare. Il rapporto "The price of oil" ha documentato le sistematiche violazioni nelle zone petrolifere nigeriane. In Nigeria, la compagnia di Stato Nigerian Petroleum Corporation ha costituito società operative con Shell, Elf, Agip, Chevron, Mobil, Phillips Petroleum, Texaco. Le azioni di boicottaggio sono rintracciabili su: www.essentialaction.org/shell.
Sul sito del Mosop Canada (www.mosopcanada.org) si troverà molto materiale sulla storia del movimento e sul ruolo di Shell in Nigeria. Nel 1991 la Shell violava il codice di condotta della Comunità Europea sottopagando i lavoratori (salario al di sotto del minimo legale). La Shell Billiton (filiale della Shell) minaccia una vasta area della foresta Amazzonica, in Brasile, per la costruzione di dighe idroelettriche. L'energia elettrica prodotta dalla costruzione delle dighe serve per fornire energia ad un complesso di miniere. Nel 1997 la Shell si è imbarcata in una nuova impresa in Colombia generando elevati profitti ma condannando la popolazione locale (comunità U'wa) alla morte. La comunità U'wa ha deciso di ricorrere al suicidio collettivo piuttosto che permettere alla Shell di profanare la propria terra. Nello stesso anno la Shell è entrata anche in Perù, nella regione Camisea, per trivellare alla ricerca di gas naturale. Nonostante la promessa di rispettare l'ambiente, la Shell ha distrutto foreste primarie scavando oltre 100 pozzi. (Fonte: Homepage di Boycott! Homepage di Manitese)
tratto da http://digilander.libero.it/ginanni/documenti/consumo.htm
Facciamo qui un brevissimo quadro/storia delle attività Shell, che svilupperemo poi più approfonditamente, quello che ci preme comunque evidenziare riguardo alle multinazionali del petrolio e della Shell in particolare, è che al contrario di quanto sono solite affermare, cioè di essere solo delle aziende private che non possono influenzare la politica e le scelte dei paesi dove operano il loro potere sulle vicende del mondo è enorme. Le compagnie petrolifere, in particolare Exxon-Esso e Shell sono ancora le più grosse e complete organizzazioni del mondo, con le loro grandi flotte, i loro oleodotti, raffinerie e catene di stazioni di rifornimento che nessun paese può sognarsi di sostituire. Le compagnie petrolifere, archetipi dei giganti multinazionali, controllano vastissimi interessi in tutto il pianeta, non soltanto interessi nel petrolio, ma nel campo della petrolchimica-plastica ed in tutti i settori dell'energia, dal carbone alle centrali ad energia nucleare. Nell'elenco delle più grosse società, pubblicato da Fortune nel 1973 e da allora in poi, la Exxon aveva superato in graduatoria la General Motors ed era adesso al posto di questa, la più grande "corporation" quanto a fatturato.
La Shell nasce nel 1833 a Londra commerciando conchiglie orientali. Nel 1898 incominciò con successo la ricerca del petrolio nel Borneo. Divenne anglo-olandese nel 1907 quando si fuse con la Royal-Dutch. E' al 2° posto nel mondo per volume di affari petroliferi dopo l'ARANCO, la compagnia di stato saudita. Shell è la parte inglese del gruppo mentre la Royal Dutch -Reale Olandese- ha la regina d'Olanda come azionista più nota.
La Shell tocca 112 paesi del mondo, soprattutto Nigeria, Indonesia, Brasile, El Salvador, Olanda e Sud Africa, un impero che si dirama dal controllo delle fonti energetiche alla ricerca-applicazione nel settore biotecnologie; attraverso questo settore che esamineremo più avanti con particolare attenzione riesce a porsi in maniera dominante nel settore agricolo, anche e soprattutto nel sud del mondo, nella creazione di sementi "brevettate" oltre al classico mercato dei concimi, pesticidi ed insetticidi. Nel campo del petrolio come abbiamo visto tra le multinazionali è quella che domina il mercato dell'estrazione, raffinazione e commercializzazione del petrolio e dei suoi derivati possiede quindi dal Mare del Nord alla Nigeria all' Indonesia pozzi di estrazione a terra, piattaforme marine per l'estrazione off-shore nonché depositi e raffinerie dai quali produce carburanti e lubrificanti per aerei, navi e naturalmente, con una rete di vendita impressionante per vastità, tutta la linea di rifornimento e manutenzione dei mezzi stradali, olio combustibile per il riscaldamento domestico ed industriale, detiene un po' ovunque nel mondo in proprietà, o in partecipazione o attraverso joint-venture fabbriche chimiche di plastiche, pesticidi e insetticidi asfalti, bitumi e catrami, grandi miniere di carbone (ad es. in Belgio ed in Sud Africa) e altre minori di zinco, piombo, stagno e tungsteno, installa ovunque progetti di "economia forestale" per fabbricazione di carta e vendita di legno, inoltre produce le materie ultime per la fabbricazione del napalm e di gas lacrimogeni; nel sttore chimico controlla e permette la costruzione di molte materie di cui è proprietaria dei brevetti.Sempre nel campo energetico è stata protagonista di progetti nucleari (ad esempio assieme alla Gulf in California).
La Shell è una compagnia multinazionale, ma come da copione, tiene ben stretti i suoi legami con i governanti degli stati dove opera, non solo nei paesi del sud del mondo, ma pesantemente anche nel nord tanto che quando il primo ministro inglese Major affrontò il problema "Brent Spar" sembrava parlasse in difesa di una compagnia statale anzichè della multi Shell per il fervore profuso nella difesa fatta, o ad esempio nel versante olandese accade che ex-ministri divengano commissari Shell (Rodvink e Zijlstra), mentre su quello inglese lo possono diventare ex-ambasciatori (Lord Crumer). Alcune delle frasi più esplicative dei dirigenti Shell sono del tipo "eravamo soltanto delle piccole società che scavavano qua e là alla ricerca del petrolio, piccole società cui è capitato di essere catturate dalle vicende politiche del mondo".
COSA COMBINA NEL MONDO LA SHELL
REGIMI OPPRESSIVI: nel 1993, il gruppo Shell possedeva filiali in Brasile, Colombia, Egitto, El Salvador, Guatemala, Honduras, India, Indonesia, Iran, Kenya, Liberia, Mali, Messico, Marocco, Papua Nuova Guinea, Perù, Filippine, Senegal, Siria, Turchia e Uganda.
SALARI E CONDIZIONI DI LAVORO: nel 1991 la Shell violava il codice di condotta della Comunità Europea, pagando ai lavoratori neri del Sudafrica dei salari inferiori al minimo legale. Inoltre è una delle tre multinazionali coinvolte nella causa intentata da 500 contadini del Costarica resi sterili dai pesticidi. La Shell e la Dow Chemical avevano sviluppato e prodotto il pesticida DBCP, che è proibito negli U.S.A. e che ha causato la sterilità nei lavoratori delle piantagioni di banane. La Shell e la Dow Chemical hanno bloccato il processo nel Texas per 7 anni. Negli U.S.A. la Shell Mining Co. era nel 1989 una delle 5 imprese minerarie con le peggiori misure di sicurezza.
DIRITTO ALLA TERRA: secondo un rapporto dell'ottobre 1991, una vasta area di foresta tropicale intatta è minacciata da una serie di 10 dighe idroelettriche, progettate per fornire energia ad un complesso di miniere di bauxite e fonderie di alluminio nel Parà, in Brasile. La miniera di bauxite è il primo di molti progetti minerari in Amazzonia, ed è controllata da ALCOA (U.S.A.) e da una filiale della Shell, Billiton. La fonderia della miniera userà energia proveniente dalla diga Cachoeira Porteira, che inonderà 911 Kmq di foresta tropicale, compresi alcuni villaggi dell'Amazzonia. La diga inonderà anche terre abitate da 23 gruppi di popoli indigeni, alcuni dei quali non sono ancora venuti in contatto con l'uomo bianco. Secondo Survival International, la Shell è coinvolta nelle ricerche di gas naturale sul fiume Camisea in Perù, sulle terre degli Indios Machiguenga, vicino alla zona degli Indios Kugapakori, non ancora contattati, e quindi vulnerabili alle malattie. Nel 1990, secondo "The Ecologist", la Shell ammise di aver scelto una zona in Thailandia per una piantagione di eucalipti perchè sarebbe stato relativamente economico sfrattare e risarcire più di 4.000 indigeni. Fu consentito agli agenti della Shell di usare la corruzione e le minacce di violenza per indurre gli indigeni a lasciare le loro terre.
AMBIENTE: nell'agosto 1989 la Shell fu accusata di aver causato un'eruzione di petrolio alla raffineria di Stanlow. Si ebbe una fuoriuscita di 37.500 litri di petrolio greggio, che inquinò 20 km dell'estuario del fiume Mersey. Nel primo processo da parte della National Rivers Authority, la Shell ebbe una multa di 1 milione di sterline. Fu giudicata incapace di "compiere il proprio dovere di rispetto dovuto alla comunità". Secondo l'Autorità Nazionale dei Fiumi, la Shell era più preoccupata di salvare l'oleodotto che non di impedire la perdita, con un incremento nella fuoriuscita di 7 tonnellate di petrolio. Nel 1992, la raffineria Stanlow a Ellesmere Port era all'undicesimo posto nella lista di Greenpeace dei 50 impianti industriali più 'sporchi', autorizzata dalla NRA a scaricare rifiuti tossici nell'ambiente marino. Fu scoperta ad inquinare illegalmente su 42 dei 275 campioni di acqua prelevati dalla NRA. Fu scoperta anche a scaricare tre sostanze chimiche proibite senza autorizzazione.
ENERGIA NUCLEARE: nel 1993, la British Lead Mills era membro del Forum Nucleare Britannico, ed era fornitore di contenitori per materiale radioattivo.
ARMAMENTI: la Shell è coinvolta nella produzione di tessuti da mimetizzazione tramite Don & Low, e solventi, resine e altri prodotti con la Shell Chemicals. La Shell inoltre fornisce carburante alla marina ed alle forze aeree.
TEST SU ANIMALI: nel 1993 la Shell, su richiesta legale, ha testato veleno per roditori su animali, ed anche altri prodotti chimici come detergenti e anticongelanti prevedono test su animali.
CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO: nel giugno 1993 la Shell interruppe gli accordi per riconoscere i diritti dei lavoratori ad essere rappresentati dai sindacati, nella raffineria Haven nell'Essex. Il sindacato TGWU lanciò nell'agosto 1993 il boicottaggio della Shell, finchè non saranno restaurati i diritti democratici dei lavoratori. In precedenza Shell e' stata colpta da un fortissimo boikottaggio a causa del suo sostegno strategico al regime dell'apartheid in SudAfrica e questa è una colpa che il tempo non cancella.
tratto da http://www.tmcrew.org/csa/l38/wwi/shell/chieshel.htm
NIGERIA: LA GUERRA DEL PETROLIO Collettivo Senza Frontiere di Parma
Il petrolio, di cui la Nigeria è tra i primi sette produttori mondiali e primo produttore dell’Africa Subsahariana, dovrebbe costituire la principale fonte di arricchimento per la popolazione nigeriana, oltre 100 milioni di abitanti, circa un sesto dell’intera popolazione africana. In realtà gli unici a trarre vantaggio dalle estrazioni dai pozzi sulla terraferma e off-shore sono da una parte le grandi multinazionali degli idrocarburi, a cominciare dal colosso Shell che controlla circa la metà del greggio complessivo, passando per le varie Total, Mobil, Elf , Texaco, Chevron e la nostrana Agip: gli altri beneficiari degli introiti da esportazione petrolifera sono la cricca di governanti ultra-corrotti pescati regolarmente all’interno dell’elite di etnia hausa-fulani che nel periodo coloniale ha fornito agli inglesi le basi per il governo indiretto, mentre oggi costituisce la garanzia dello status quo (e il dominio economico delle multinazionali) sotto forma di governo militare.
Chi dai giacimenti petroliferi non guadagna proprio nulla sono gli appartenenti alle oltre 250 diverse etnie che compongono la popolazione nigeriana, in particolare i popoli che si trovano a risiedere nelle zone di estrazione del petrolio, nell’area del delta del fiume Niger che corrisponde grosso modo agli stati di Rivers, Bendel, Cross River (la Nigeria è uno stato federale) ,nel sud-est del paese già teatro della guerra del Biafra tra il 1967 e il 1970.
In questa zona, dove non esiste un’etnia dominante, le cosiddette minoranze etniche, estremamente frammentate sono costrette a subire tutte le nocività dell’attività di estrazione senza poter godere, neanche indirettamente, delle ricchezze estratte nei loro territori dalla fine degli anni ’50.
Si tratta di popoli di pescatori-agricoltori che hanno da sempre mantenuto un buon equilibrio con un ambiente estremamente delicato, costituito da un intreccio di corsi d’acqua a forte salinità data la vicinanza del litorale, in cui si sviluppano foreste di mangrovia. Il delicato ecosistema è stato distrutto dall’attività estrattiva, un inquinamento da crimine provocato da centinaia di perdite di greggio dai pozzi e dalla rete di condutture in superficie, completamente arrugginite e usurate, (la logica richiederebbe per lo meno l’interramento dei tubi degli oleodotti, ma evidentemente tutto ciò potrebbe essere troppo dispendioso per le compagnie petrolifere) dalle fughe di gas (prodotto secondario dell’estrazione di petrolio) che viene lasciato bruciare così da illuminare sinistramente la notte nel mentre si liberano miasmi asfissianti: tutto ciò ha provocato la morte di tutte le specie ittiche della zona, di buona parte della fauna e l’inquinamento del suolo coltivabile, distruggendo il sistema produttivo alla base della sopravvivenza di questi popoli che non si vedono restituito il maltolto né sotto forma di risarcimento, né sotto forma di vantaggi indiretti: nei villaggi del delta non c’è luce, nonostante da qui parta energia per tutto il pianeta, le vie di comunicazione con il resto del paese sono quasi inesistenti, non ci sono sufficienti infrastrutture sociali come scuole o ospedali, la mancanza di acqua potabile causa una disastrosa diffusione della gastroenterite. Ironia della sorte, qui come in tutta la Nigeria, a fasi alterne viene a mancare la possibilità di disporre di carburante.
Occorre considerare che, grazie alla compiacente e corrotta concessione del governo nigeriano, potenzialmente tutto il territorio dell’area del delta è soggetto a diritti di esplorazione e di estrazione che possono autorizzare le compagnie petrolifere ad invadere le terre e le zone di pesca dei villaggi: le concessioni sono state fatte dal governo centrale senza neanche consultare le popolazioni interessate.
L’esproprio delle terre ha raggiunto proporzioni massicce: ogni pozzo viene circondato per un’area di circa due ettari da un recinto per impedire l’ accesso agli abitanti del luogo ( i pozzi in questa zona sono centinaia), altri espropri vengono effettuati per far passare gli oleodotti con il loro carico di potenziale inquinamento.
Il “rimborso” per gli espropri, quando viene pagato, si riduce a cifre ridicole; la legislazione anti-inquinamento, già ampiamente lacunosa viene ignorata dalle compagnie petrolifere. Il cosiddetto sviluppo, arrivato sotto forma di industria di estrazione e lavorazione del petrolio, ha portato alle popolazioni del Delta miseria e sottosviluppo: le operazioni industriali nell’area hanno fatto sì che i produttori locali siano passati dalla produzione per l’esterno di beni agricoli di consumo (olio di palma in primo luogo) alla esportazione della loro mano d’opera, verso le megalopoli nigeriane o verso altri paesi africani o occidentali, Italia compresa.
L’industria petrolifera, altamente automatizzata e richiedente personale specializzato, è assolutamente incapace di assorbire questo surplus di forza lavoro, eccetto che per i lavori più umili e duri. I tecnici, i direttori, gli amministratori, i lavoratori specializzati sono per lo più stranieri: sia nelle città che in prossimità dei pozzi si sono così sviluppate le colonie di questi privilegiati che risiedono in costruzioni dotate di elettricità, acqua potabile, con accesso a una rete di strade private, scuole, centri medici, clubs, protetti da guardie private e dalla polizia federale. L’alto livello di vita e il forte potere d’acquisto del personale delle compagnie contrasta duramente con la miseria della popolazione.
A fronte di questa situazione le lotte delle etnie locali per l’affermazione dei propri diritti, contro gli espropri della terra e contro l’inquinamento, per la redistribuzione verso il basso della ricchezza rapinata si sono manifestate con forza non appena ci si è reso conto che l’oro nero portava solo disgrazie e che i petrodollari andavano a rafforzare il regime dittatoriale e il dominio delle multinazionali.
E’ difficile reperire documentazione su episodi volutamente nascosti dai media occidentali ma, grazie ad oppositori del regime qualcosa negli anni è trapelato: si tratta di avvenimenti che fanno la storia dell’umanità, sono parte del conflitto che oppone le classi subalterne al dominio imperialista del capitale, allo “sviluppo” costruito solo nell’interesse del profitto, conflitto tanto più importante e drammatico perché avviene nel cuore di una delle zone dove l’interesse delle multinazionali è più forte.
La rivolta e le proteste della comunità Uzere tra la fine degli anni ’70 e l ’inizio degli anni ’80 era stata scatenata dall’esproprio della quasi totalità del loro territorio coltivabile, del quale si era impossessata la Shell per installare 39 pozzi di petrolio ed effettuare altre ricerche. Contro le installazioni petrolifere si sono nel tempo andati moltiplicando sia gli atti di sabotaggio che gli attacchi armati e le invasione delle proprietà delle compagnie petrolifere : nel luglio 81 avvengono episodi di un certo rilievo: oltre 10.000 abitanti di Rukpokwu, nell’area di Port Harcourt bloccarono l’accesso a 50 pozzi di petrolio nell’installazione Shell di Agbada 1, mentre gli abitanti di tre villaggi Egbema occupavano la seconda, per grandezza e importanza, installazione petrolifera a Ebocha, espellendo i lavoratori dell’Agip e fermando la produzione per tre giorni. Gli Egbema protestavano contro la mancata assunzione di indigeni, la mancata elettrificazione e fornitura d’acqua nei villaggi e perché fosse garantita la scolarizzazione ai bambini. Il management dell’Agip da parte sua si era contraddistinto per leggerezza e menefreghismo: la rivolta fu interrotta dalla polizia antisommossa. Il governo nigeriano aveva emanato nel 1975 il cosiddetto decreto antisabotaggio con il quale venivano puniti, fino alla pena capitale, tutti gli atti volti a ostacolare l’estrazione e la distribuzione di prodotti petroliferi, ma questo non si è rivelato un deterrente sufficiente.
La rivolta degli Ogoni nella zona di Port Harcourt repressa nel sangue fino all’assassinio di Ken Saro Wiwa e di altri 8 membri del Mosop (Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni), aveva raggiunto un livello di radicalità e determinazione tali da costringere la Anglo-Dutch Shell ad abbandonare temporaneamente l’Ogoniland dal 1993, con perdite, calcolate alla fine dello scorso anno, pari a 315 milioni di dollari (500 miliardi di lire), essenzialmente a causa delle interruzioni provocate dagli atti di sabotaggio delle sue installazioni nell’Ogoniland.
Contro questa rivolta, politicamente matura e potenzialmente molto pericolosa per il mantenimento complessivo degli interessi occidentali in Nigeria, si era ricorsi da una parte al sostegno del conflitto interetnico, dall’altra alla repressione diretta dell’esercito e della polizia. Riguardo al primo aspetto, gli Ogoni sostengono che membri di villaggi o etnie vicine siano stati armati e pagati per effettuare scorrerie e assalti contro gli Ogoni in lotta: per il secondo aspetto, è utile ricordare che esistono le prove di finanziamenti della Shell alle forze dell’ordine nigeriane per l’ acquisto degli armamenti antisommossa più all’avanguardia, mentre in più occasioni si è verificato che elicotteri delle compagnie petrolifere abbiano trasportato le truppe governative nelle zone del delta dove la popolazioni si stavano mobilitando, al fine di difendere l’estrazione del petrolio, ad ogni costo.
COSA SUCCEDE A WARRI?
Nella zona di Warri si sta proponendo uno scenario sotto molti aspetti simile: Warri così come il territorio intorno alla città di Port Harcourt, è un punto nevralgico dell’industria petrolifera in quanto terminale di stoccaggio e imbarco del greggio estratto nella zona. A Warri è situata una delle quattro raffinerie del paese (gran parte del greggio è però raffinato all’estero).
I problemi per gli abitanti originari del posto, sono gli stessi descritti per tutti i villaggi e le comunità dell’area del delta del Niger interessate all’estrazione. Qui la rivalità tra gruppi etnici è forte e a incentivarla contribuiscono sicuramente la povertà e la disperazione causate dall’intervento delle compagnie petrolifere.. Ultimamente la crisi si è inasprita a causa di una nuova suddivisione, decisa dal governo federale nigeriano, delle aree in cui è ripartito il governo locale e degli uffici corrispondenti: questi sono stati trasferiti da una zona popolata dagli Ijaw a un insediamento di Itshekerri. Gli Ijaw, un’etnia numerosa, con oltre 3 milioni di appartenenti, si è sentita danneggiata dalla nuova ripartizione, mentre il conflitto con le etnie Urhobo, Itshekerri e Ilajes si è riacceso con violenza, un conflitto fatto di scontri armati e assalti ai villaggi con distruzione delle abitazioni.
Le proteste dei giovani Ijaw armati si è però rivolta anche massicciamente contro l’entità che a tutti gli effetti detiene il potere politico ed economico dell’area: la Royal Dutch Shell. Le rivendicazioni poste sono quelle di un nuovo governo locale, la costruzione di ospedali strade e scuole, la realizzazione di infrastrutture per acqua ed elettricità, e per ottenere dei risultati i giovani armati hanno, fin dal 22 marzo 1998 imposto la chiusura di 5 pozzi per una capacità di 110.000 barili al giorno. Poco dopo, in seguito al rapimento di un centinaio di dipendenti nigeriani, venivano chiusi 11 pozzi per un totale di 200.000 barili al giorno. All’ inizio di ottobre venivano occupati una quindicina di pozzi che riforniscono i terminali della Shell di Forcados e Bonny, mentre altri attaccavano gli oleodotti diretti al terminale dell’Agip di Brass River, portando alla chiusura degli impianti. In seguito a questi attacchi la produzione di petrolio ha subito una riduzione anche fino al 40-50%. E’ chiaro che, con intelligenza, i ribelli sfruttano l’importanza strategica degli impianti per ottenere degli immediati risultati.
Purtroppo la cronaca degli ultimi giorni riporta la notizia di un grave disastro che ha portato alla distruzione dei villaggi di Jesse, Mossogar e Oghara , sempre nella zona di Warri. I media si sono subito scandalizzati per il fatto che l’incendio alla base della distruzione dei villaggi fosse stato causato da una perdita in un oleodotto provocata dolosamente al fine di poter rubare carburante: tutti i media di regime hanno taciuto la situazione di degrado ambientale causata dalle installazioni petrolifere e la povertà estrema della popolazione; altrettanto omertoso è stato il silenzio mantenuto sul fatto che in Nigeria, nazione fondata sul petrolio, manca il carburante e che per avere un po’ di benzina occorre mettersi in fila ed attendere più giorni prima di potersi approvvigionare. In questa situazione la perforazione di una tubatura diventa un fatto che per quanto folle risulta normale.
Il Generale Abdusalam Abubakar, nuovo militare postosi a capo dello stato africano e nel quale gli occidentali ripongono le speranze di democratizzazione del paese, ha dichiarato che nulla farà per le famiglie coinvolte nel disastro, in quanto gli abitanti dei villaggi si sono resi colpevoli di furto: è una chiara indicazione del fatto che, anche se si avrà in Nigeria un passaggio democratico (il che è per lo meno dubbio), questo non sarà che una evoluzione di facciata, che lascerà le contraddizioni economiche al punto in cui sono, mantenendo la Nigeria alla mercè dei voleri e degli interessi delle grandi multinazionali.
Sta al movimento internazionalista e ambientalista europeo il compito di portare solidarietà attiva ai popoli nigeriani, con il boicottaggio, nelle sue diverse forme, delle compagnie petrolifere, Shell in testa, e con una controinformazione puntuale del genocidio che sta avvenendo in questa parte dimenticata del mondo.
Fonti: Eboe Hutchful : Oil companies and environmental pollution in Nigeria: in Political Economy Of Nigeria. Ed by Claude Ake London-Lagos 1985. Osita Nwajah : Nigeria: the Oil War: pubbl. in The News-Nigeria tradotto su Internazionale n°256. Vari quotidiani nazionali ed esteri.
tratto da http://www.tmcrew.org/csa/l38/wwi/shell/nigeria11_98_parma.htm
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