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Eni (San Donato Milanese) - In Nigeria la Saipem, azienda del gruppo Eni, sta espropriando ampie estensioni di terre nella regione di Abua, abitata dalla popolazione degli Iyak, per la realizzazione di un gasdotto, adottando metodi tutt'altro che etici. Infatti dopo aver promesso agli abitanti un compenso per l'esproprio in atto, la Saipem ha fatto accogliere dalla forza pubblica le persone che si erano recate a riscuotere gli indennizzi. La polizia, affermato che gli Iyak non erano proprietari di alcuna terra e che quindi nulla era loro dovuto, non ha esitato a disperderli, picchiandoli e arrestandoli. Lo stesso è successo con la tribù degli Otari. Inoltre la Saipem si è distinta anche per i bassi salari pagati; anche in questo caso, le proteste dei nigeriani hanno portato alla reazione della polizia, conclusasi con il pestaggio, il ferimento e l'arresto di alcuni lavoratori. (Fonte: Equonomia n. 4 dicembre 98 pag. 12)
tratto da http://digilander.libero.it/ginanni/documenti/consumo.htm
Materiali dossier ENI
articolo tratto da Guerra & Pace
ENI: miseria e nobiltà
di Michele Paolini
Il gigante degli idrocarburi, fin dalla nascita uno dei maggiori potentati italiani, ha sepolto la bandiera dell'antimperialismo energetico usata per farsi strada ed è entrato tra le holding del mondo. Appoggiando qualsiasi governo gli garantisca il mantenimento dell'attuale ordine petrolifero, crea spesso instabilità politica e aumento della povertà nella ricerca di sempre nuove e differenziate fonti di approvvigionamento
L’ENI è la holding italiana che opera nel settore energetico: petrolio e gas naturale. Vi fanno capo decine di società, italiane e estere, partecipate o controllate, attive anche nella petrolchimica e nell’ingegneria e servizi, ma con forti interessi ramificati in ambiti non caratteristici.
Il censimento dettagliato della galassia di consociate richiederebbe una mappatura complicatissima e difficilmente decifrabile. Essa dovrebbe comunque comprendere oltre cento sigle, a cominciare da quella certamente più nota, l’Agip, denominazione con cui ha operato, fino al 1997, una società per azioni cui facevano riferimento più di sessanta altre aziende, operanti in ventitré paesi nelle attività di esplorazione e produzione di petrolio e gas, il cosiddetto upstream.
Fino a poco fa, le società estere del Gruppo Agip venivano controllate o partecipate - utilizzando un dispositivo finanziario a scatole cinesi - da cinque imprese: Agip Exploration, Agip International, Agip A.G., Agip Africa, Agip Overseas. Ultimamente l’intera struttura societaria Agip è stata avviata a un processo di riorganizzazione, partito nel 1995 e tendente a una configurazione per attività/paese. Uno dei passaggi fondamentali del riassetto è stato l’incorporazione della Capogruppo Agip S.p.A., nel gennaio 1997, da parte della ENI S.p.A., di cui oggi è una divisione. L’Agip ha sempre presidiato, nell’upstream, l’area di maggiore importanza e redditività del gruppo ENI, generando risultati economici pari circa alla metà dell’utile operativo della intera holding, che occupa ormai da tempo una posizione di rilievo nel club delle grandi compagnie mondiali accanto a colossi come Exxon, Royal Dutch Shell, British Petroleum-Amoco, Mobil, Elf Aquitaine, Chevron, Total.
Le attività di raffinazione e distribuzione del carburante sono condotte dall’ENI attraverso le società Agip Petroli e IP Italiana Petroli, per margini però decisamente meno importanti. Basti ricordare che, sul mercato italiano, nella struttura del prezzo al consumo della benzina verde il costo industriale del carburante pesa per un modesto 25%. Inoltre l’ENI opera nel settore petrolchimico (etilene, gomma, polistirene, poliuretano) attraverso l’EniChem; nella posa di condotte sottomarine e nell’installazione di piattaforme attraverso la Saipem; infine nel gas naturale attraverso la Snam. Tra le attività non comprese nel core business, il gruppo opera in modo significativo nel settore assicurativo con la Padana Assicurazioni e nelle costruzioni con l’Immobiliare Metanopoli.
I TASSÌ DI MATTEI
Il gigante degli idrocarburi è stato, fin dalla fondazione voluta nel 1953 da Enrico Mattei, uno dei maggiori potentati italiani: ottime entrature nelle élite veteropadronali dei Mattioli e dei Valletta, cointeressenze governative ai più alti livelli, larga autonomia di manovra (con il denaro pubblico) nella definizione delle proprie politiche, economiche e non. Quale sia stata l’impronta lasciata da Mattei sulla società italiana e sul suo costume politico è da anni materia di riflessione. Ha fatto epoca - e anche scuola - quella sua tanto emblematica dichiarazione: "I partiti politici sono come i tassì: li prendo perché mi conducano dove voglio: io pago la corsa". Un’affermazione che racchiude, oltreché un abito mentale, tutta una dottrina, per quanto semplice. Tradotta poi sotto forma di strumento di gestione essa è stata notoriamente applicata a lungo e su larga scala, come varie inchieste giudiziarie hanno evidenziato. Si ignora se ciò sia avvenuto solamente in Italia. Tutti sappiamo però dove l’ENI abbia spinto i suoi giri: prima in Medio Oriente e nel Nord Africa, poi nell’Africa subsahariana e nel Mare del Nord, più recentemente nelle Repubbliche centroasiatiche ed in Cina. Insomma in molti posti, anche assai lontani, dove non sempre basta "pagarsi il tassì", ci vogliono ben altri mezzi.
UN GIGANTE IN CRESCITA
A quarantacinque anni dalla nascita il gruppo esibisce "buoni fondamentali". La struttura finanziaria e i conti presentati negli ultimi anni sono cioè tutti di segno positivo. L’utile netto, attestato a 3.213 miliardi nel 1994, ha superato quota 4.000 nel 1995, migliorando ulteriormente nel 1996 e raggiungendo i 5.118 miliardi alla chiusura del 1997. E l’andamento delle entrate rimane orientato verso la crescita anche alla fine del primo semestre 1998, con un utile già arrivato ai 3.650 miliardi. Il miglior risultato parziale fra tutte le compagnie petrolifere, ottenuto per di più a fronte del crollo della quotazione del greggio, scesa dai 24,91 dollari al barile del 1997 agli attuali 14.
Se sono favorevoli i conti e gli indici di bilancio, lo sono ancor di più le prospettive dei ricavi attesi: risultano aumentati infatti gli investimenti nell’upstream, con l’obiettivo dichiarato di portare la produzione di idrocarburi da 1 a 1,2 milioni di barili al giorno entro il 2000; sono state incrementate le riserve certe di gas e petrolio ed è stato sviluppato il portafoglio ordini nel settore ingegneria e servizi. Ma ci sono consistenti aspettative anche nel mercato interno del gas naturale, stimato in crescita con un tasso medio annuo del 6 %. Beninteso, la pirotecnia degli indici di bilancio val bene qualche sacrificio: dal 1993 al 1997 il numero degli occupati ENI si è ridotto infatti da 108.556 a 80.178 unità. Ciò che nel frasario chic si definirebbe come l’avvento di un modello organizzativo "sempre più snello e imprenditoriale".
OTTAVA SORELLA
Sono finiti i tempi in cui l’eroe fondatore Mattei alla guida del carrozzone di stato tentava spericolatamente di immettersi nel grande circuito petrolifero strombazzando l’inno dei nazionalismi arabi e aggiungendo, per puro calcolo, una nota stonata al coro della protesta anticoloniale. Oggi l’ENI può vantare tra le sue grandi realizzazioni anche l’esito positivo del processo di privatizzazione. Quale sia il significato effettivo di questa ciclopica ma intangibile manovra resta da approfondire. Comunque sia, l’operazione di sbarco in borsa scattata nel 1995 si è regolarmente conclusa con la collocazione sul mercato di una consistente fetta del capitale sociale. Dal giugno 1998, con l’avvenuta offerta pubblica di vendita della quarta tranche di azioni ordinarie, lo stato italiano ha portato la sua partecipazione al di sotto del 50 %. Ora, sepolta definitivamente la bandiera dell’antimperialismo energetico, il titolo ENI viene scambiato a Piazza Affari e a Wall Street e l’amministratore delegato Franco Bernabé - l’ultimo della schiatta dei Mattei, dei Cefis e dei Reviglio - può contare su una poltrona sicura al tavolo dei potenti della terra in occasioni come il summit sull’andamento del prezzo del greggio svoltosi a Venezia il 3 e 4 ottobre.
IL POTERE DELL'OLIO
Il controllo del petrolio, risorsa strategica alla base di ogni sviluppo e volàno di tutti i mercati, è, evidentemente, un fatto di potere. Risulta difficile dire se sia l’affare del petrolio ad avere un alto contenuto politico oppure la politica ad averne uno altamente petrolifero. Nessuno comunque ha mai potuto negare che spesso, negli ultimi cinquant’anni, quando i governi dei paesi industrializzati si sono decisi all’opzione militare nella gestione delle situazioni conflittuali, dalla crisi di Suez alla guerra del Golfo, il sottosuolo dei campi di battaglia fosse pieno di greggio. E anche quando tacciono le armi i rappresentanti delle compagnie di stanza nei paesi produttori, chiamati a compiti di diplomazia indiretta, hanno maggiore familiarità con i vari dittatori e funzionari ministeriali che con i tecnici e gli addetti all’estrazione. A seconda poi del peso specifico espresso dai governi occidentali - Washington e Roma non contano ovviamente allo stesso modo - il ruolo dei manager assume un carattere più spiccatamente politico. Nel caso italiano, su piazze come Il Cairo, Tripoli, Tunisi, Algeri, Lagos, Pointe Noire o Luanda, dove gli interessi ENI sono molto consistenti, i rapporti tra il personale diplomatico italiano e gli organismi dirigenti dell’azienda, sempre strettissimi, fanno registrare qualche volta una netta preponderanza dell’iniziativa ENI.
LA POLITICA ESTERA DI METANOPOLI
Proprio a partire dall'analisi degli scenari geopolitici vengono delineandosi le strategie di tutte le grandi holding, non esclusa l'ENI. In primo luogo perché le riserve e la produzione del greggio sono concentrate soprattutto nel Medio Oriente, un'area percorsa dalle note, irrisolte tensioni. Nella crisi di Suez, quando si trattò di scardinare l'ordine petrolifero mondiale del secondo dopoguerra, conquistando un posto al sole accanto alle "Sette Sorelle", Mattei si schierò nel processo politico a favore dell'Egitto e contro Francia e Inghilterra. Per le stesse ragioni, nella guerra d'Algeria sempre Mattei prendeva le parti dei fautori dell'indipendenza algerina contro la Francia. Poi, al momento di capitalizzare il vantaggio propagandistico acquisito, siglò con lo scià lo storico accordo per il petrolio iraniano, che riconosceva al paese produttore il 75% degli utili e, così facendo, demoliva il principio del fifty-fifty, fino ad allora ritenuto estrema linea difensiva del cartello delle compagnie internazionali contro le crescenti richieste dei governi esportatori. Centrato l'obiettivo di prendere posto nel precedentemente contestato club esclusivo delle "Sette Sorelle" l'ENI si è ritrovata, per dirla con le parole dell'attuale presidente Guglielmo Moscato, "saldamente inserita nel gotha petrolifero internazionale". E, con il raggiungimento di questo traguardo, le sue politiche si sono fatte molto più miti. La holding italiana ha anzi offerto, nel corso dei decenni, il suo aiuto fraterno a leadership di qualsiasi genere, da Mubarak a Gheddafi, da Zeroual a Abubakar, purché garanti dello status quo e del nuovo ordine petrolifero.
MATRIMONI D'AFFARI
Nel business del petrolio i matrimoni d'affari si fanno sempre a tre. E dall'unione nessuna delle parti esce più povera, naturalmente. Delle tre parti in questione, una è costituita dal governo del paese esportatore, che accorda lucrose concessioni per l'esplorazione e lo sfruttamento di aree del suo territorio; un'altra dalla compagnia petrolifera concessionaria, che ripartisce i suoi utili con un ente governativo del paese produttore secondo modalità definite di volta in volta nei singoli accordi di concessione; la terza è rappresentata dai governi degli stati importatori, che raccolgono notevoli entrate attraverso l'imposizione di tasse talvolta molto elevate - in Italia oltre il 70% - sulla vendita della benzina. La forzata convivenza tra simili soggetti, dagli appetiti spesso famelici, si regge su equilibri difficili, precari e rischiosi. Uno dei fattori necessari alla loro tenuta è la corretta applicazione di un elementare criterio di gestione: la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Per le compagnie e i paesi importatori avere differenti punti di rifornimento, situati in aree geopolitiche diverse, significa infatti poter frazionare il rischio e non concedere grande potere contrattuale a nessuno di loro. Ecco perché, se portiamo la nostra osservazione sulle aree di provenienza degli idrocarburi ENI, ci troviamo dentro le componenti di una miscela geopolitica accuratamente bilanciata.
PAESI IN VIA DI SOTTOSVILUPPO
Quattro sono le aree e, di queste, due sono le più importanti: il Nord Africa e il West Africa, ciascuna con poco più del 30% di peso percentuale sull'intero approvvigionamento della holding. È dunque di provenienza africana oltre il 60% delle risorse ENI. Il paese che contribuisce maggiormente a formare questa quota è la Libia, poi, nell'ordine, la Nigeria, l'Egitto, il Congo, l'Angola e, con quantità molto inferiori, la Tunisia e l'Algeria. Nella maggior parte di queste nazioni la manna petrolifera cade a senso unico su ristrettissime élite, mentre l'economia non decolla o è addirittura in fase di recessione. E l'industria petrolifera, che reclama stabilità politica a tutela dei suoi investimenti, qualche volta, come in Congo nelle vicende di fine 1997, è la principale causa di instabilità. Le altre due aree di approvvigionamento, entrambe con un peso attorno al 15%, sono il Mare del Nord e l'Italia. Nel nostro paese l'ENI estrae più del 30% di tutto il suo gas naturale. Una posizione di mercato molto forte, posta oggi sotto inchiesta dall'Autorità Antitrust, ma per quasi mezzo secolo costruita, e proprio da quell'azienda che predica la "progressiva e strutturale apertura del mercato", grazie a una serie di leggi, decreti ministeriali e altri regolamenti eliminati soltanto l'anno scorso che sancivano l'esclusiva ENI nelle attività di prospezione, ricerca, coltivazione e stoccaggio degli idrocarburi in Val Padana.
Nel settore del gas naturale Metanopoli nutre ora idee di espansione verso l'Europa Orientale. In questa direzione sono già stati siglati due importanti accordi: quello annunciato nello scorso mese di settembre tra Snam e INA, l'ente petrolifero croato, nel quadro di un progetto denominato GEA (Gas Energy Adriatico), per lo sfruttamento di giacimenti tra la costa italiana e dalmata, la posa di 330 chilometri di gasdotto e l'esportazione di gas verso la Croazia. Ma ancora prima c'era stata l'intesa, raggiunta a febbraio, con la russa Gazprom per un grande investimento in azioni, sigillo finanziario di una più ampia strategia industriale. È nota l'importanza del gas russo, che pesa per il 25% sul totale dei rifornimenti italiani. L'ENI continua a seguire con attenzione tutte le fasi del disastro russo, non nascondendo il suo interesse per una qualche prospettiva di acquisizione del colosso energetico ex sovietico. "La crisi russa", ha dichiarato Franco Bernabé, "è per noi un'importante occasione di sviluppo". Osservazione spregiudicata, di fronte allo spettacolo di un paese finito sul lastrico.
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