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 L'IFI è la finanziaria controllata dalla famiglia Agnelli per l'82%. La Fiat è il gruppo più importante dell'IFI, presente in 66 paesi ed al 34° posto della classifica delle multinazionali. Oltre alla Fiat, l'IFI detiene quote di proprietà in vari settori che vanno dall'industria editoriale, al settore delle scarpe, delle automobili, degli aerei, dell'abbigliamento sportivo, dei treni, delle assicurazioni, dei pneumatici, degli alberghi, delle batterie, dei supermercati, degli alimentari, dei servizi turistici, delle acque minerali, dei camion e, purtroppo, anche delle armi tramite Iveco. Oltre a numerose alleanze con gruppi internazionali, come General Motors, Renault, Yuejin Motor, Mitsubishi, per qualificare le strategie produttive e commerciali, preme qui ricordare l'intesa raggiunta tra l'Unione dei Concessionari Italiani Fiat e McDonald's (si veda di quest'ultima la relativa scheda), grazie alla quale la multinazionale americana può aprire nuovi fast foods all'interno delle aree delle concessionarie Fiat. Nel settore alimentare la famiglia Agnelli conta una partecipazione (4,89%) nel gruppo Danone che è al 288° posto delle multinazionali. Danone, tramite società controllate, trasgredisce il codice Oms (Organizzazione mondiale della sanità) sul latte in polvere per l'infanzia e, interpellata da Greenpeace sull'utilizzo di Ogm (Organismi geneticamente modificati), ha manifestato un atteggiamento scarsamente sensibile al problema.

Nell'ottobre del 1998 in Pakistan, presso un cantiere di Impregilo (società costruttrice controllata dalla Fiat), si è svolta una lotta sindacale finalizzata ad aumenti salariali e indennità di rischio per gli operai che svolgono mansioni pericolose. La dura reazione che ne è seguita ha portato all'arresto e alla tortura di 6 sindacalisti; altri 21 si sono dati alla macchia per sfuggire all'arresto; 45 attivisti sono stati licenziati. A detta della confederazione sindacale pakistana, Impregilo Pakistan ha concordato il suo comportamento con la casa madre. (Fonte: World Rivers Review, 4/99 - Nuova Guida al Consumo Critico, ed. EMI, 2000, pag. 146)

Prendendo a pretesto la crisi economica e le difficoltà del mercato automobilistico, nella fabbrica turca di Bursa sono stati licenziati 30 operai al giorno, tutti aderenti all'unico sindacato che non ha sottoscritto un accordo sicuramente sfavorevole con l'Associazione degli Industriali. Fiat se ne è lavata le mani sostenendo che la gestione del personale spetta ai soci turchi. (Il Manifesto, 20/10/98)

In Brasile i dipendenti Fiat sono circa 25.000 e devono subire spesso, da parte dell'azienda, comportamenti antisindacali che arrivano fino al licenziamento degli attivisti e degli scioperanti. Durante lo sciopero di 15.000 lavoratori dello stabilimento di Bettim (Brasile), svoltosi il 29/9/99, la dirigenza della multinazionale torinese ha fatto entrare in fabbrica agenti della sicurezza e della polizia militare che hanno aggredito gli scioperanti e ferito 27 operai. La denuncia viene dai sindacati brasiliani che lamentano anche il licenziamento di 32 lavoratori. Lo sciopero era stato indetto per chiedere aumenti salariali e riduzione dell'orario di lavoro. (Il Manifesto, 14/10/99)

L'azienda chimica Caffaro, del gruppo IFI, è citata da Greepeace International come un'impresa produttrice di pesticidi che hanno un'elevata capacità di inquinamento (Greenpeace Toxic Site, 2000). (Fonte: Nuova Guida al Consumo Critico, ed. EMI, 2000, pag. 144-148)

tratto da http://digilander.libero.it/ginanni/documenti/consumo.htm

Dall'Africa alla Polonia sognando i mercati

Vecchi insediamenti chiudono e nuove fabbriche sorgono
LORIS CAMPETTI - TORINO

Eppure noi continuiamo a credere nei nuovi mercati in cui abbiamo investito", spiegano i dirigenti del Lingotto che di fallimento della globalizzione Fiat non vogliono sentir parlare. Resta il fatto che avendo puntato sulla produzione delocalizzata nei paesi emergenti o presunti tali per ridisegnare l'immagine della multinazionale, la crisi di quei mercati ha finito per assumere un'incidenza negativa sull'intera economia del gruppo. Luogo di partenza del nostro viaggio, il Brasile. E' uno degli insediamenti più antichi della Fiat, segno che i torinesi hanno sempre creduto nelle straordinarie potenzialità di questo sub-continente sudamericano. Nonostante la crisi, gli investimenti continuano e al Lingotto valutano positivamente i piccoli segnali di ripresa del mercato degli ultimi mesi del '99, tant'è che sta sorgendo un nuovo stabilimento di meccanica che a regime dovrebbe produrre fino a 200 mila motori l'anno e un altro per la produzione dei veicoli commerciali leggeri Ducato e Daily (Iveco). Le vetture prodotte le varie versioni della world car (che è nata proprio a Betim, nel Minas Gerais), oltre a Brava, Marea, Marea weekend, Uno e Fiorino. Ma non si può negare la dimensione della crisi, che ha fatto scendere il mercato brasiliano dell'auto da un milione, settecento mila a un milione di vetture nel '99. La fetta occupata dalla Fiat è pari al 29% del totale (290.000 vetture vendute contro le 310.00 della Volkswagen, le 239.000 della Gm e le 78.000 della Ford. I costi pagati da tutti i produttori per difendere le loro quote sono significativi. A pagare questi costi - neanche a dirlo - sono soprattutto i lavoratori: 10.000 in meno tra il '97 e il 99. "Attenzione", ci allertano i nostri interlocutori torinesi, "una parte di quei 10.000 sono stati terziarizzati e ora fanno lo stesso lavoro di prima alle dipendenze di altre ditte". Effettivamente a Betim il processo di vendita di parti del ciclo produttivo a ditte terze (la chiamano outsourcing) è quanto mai avanzato, più che negli stabilimenti italiani anche grazie al basso tasso di conflittualitrà brasiliano. Così, almeno 5.000 ex dipendenti Fiat sono stati venduti a Comau, Traco, Teksid, società di servizi. Le previsioni sull'andamento della domanda di automobili nel Duemila sono moderatamente positive, mentre i conti della Fiat stanno tornando in pareggio grazie all'abbassamento del break-even.

Da Betim a Cordoba, in Argentina: 5.000 operai previsti, meno di 3.500 le assunzioni effettuate, 2.000 i dipendenti oggi presenti nelle linee di montaggio argentine. Tradotto in automobili vendute, la Fiat ha conquistato in un mercato in forte discesa una quota tra il 20 e il 25% (60.000 vetture, la metà delle vendite previste) con una capacità produttiva di 100.000, estendibile a 200.000 in un futuro che non si intravvede all'orizzonte. Per ridurre il sottoutilizzo della fabbrica è stata trasferita a Cordoba anche la produzione della Uno che viene fatta "à façon" (tutte le componenti provengono da stabilimenti Fiat e l'imprenditore del posto mette solo la forza lavoro) da un produttore locale, il socio storico della Fiat Macrì. Lo stabilimento di Cordoba doveva essere sinergico con quello brasiliano ma "nel Mercosur non c'è libero mercato e il cambio un peso per un dollaro penalizza l'economia argentina", ci dicono i dirigenti Fiat. Lo stabilimento di Cordoba doveva essere tranquillo, e invece persino nel cono sud gli operai si sono messi a scioperare. C'è una tradizione sindacale forte in Argentina, a differenza del Brasile dove solo rare esplosioni di lotta (represse duramente) rompono un clima aziendale "idilliaco".

In Uruguay e in Paraguay la Fiat non produce direttamente ma vende vetture importate o costruite negli stabilimentri sudamericani. Ma per intenderci, in Uruguay si sono vendute nel '99 appena 9.000 auto (2.500 le Fiat), con una caduta del 52% sul '98. I numeri del Paraguay sono ancora più bassi. Dire che la Fiat è la prima azienda automobilistica nel Mercosur è un dato utile per gli appassionati di primati ma ben poco tranquillizzante. Per concludere con la disastrata America latina, ricordiamo che l'annunciato accordo per la costruzione di uno stabilimento in Messico è stato messo nel cassetto alla fine del '94, con il grande crack del Nafta. In Equador, fino a qualche anno fa esisteva uno stabilimento "cacciavite" per il montaggio di vetture le cui componenti provenivano prevalentemente dal Venezuela. E' stato chiuso per le difficoltà del mercato. Ma nel '99 è stato chiuso anche lo stabilimento di La Ferrey in Venezuela: il mercato è crollato anche qui del 50%, e dato che il Venezuela entrerà a far parte del Mercosur, "inutile tenere in piedi un altro stabilimento per un mercato tanto debole".

Lasciamo il Mercosur. Uno degli insediamenti storici della Fiat è a Bursa, in Turchia. Come dicevamo, le ragioni della caduta del mercato automobilistico nel paese anatolico sono svariate: la crisi economica innanzitutto, e un'inflazione che non accenna a diminuire; il terremoto che ha inferto un colpo mortale alla Turchia; in questo scenario, infine, i prodotti italiani tra cui la Fiat turca che si chiama Tofas sono stati penalizzati dall'esplosione del caso Ocalan e dal conseguente boicottaggio. Qualcosa comunque si sta muovendo e la casa torinese - particolare curioso, il socio di Agnelli ad Ankara si chiama Koch che in turco si traduce Montone - continua a puntare sullo stabilimento di Bursa. Da quest'anno si avvierà una nuova produzione che si aggiungerà a quella delle immancabili world car e degli altri modelli: è lo "Scudino", l'erede del Fiorino.

Dall'Anatolia all'Africa. La Fiat è presente in Egitto dove viene prodotta nello stabilimento 6 October City la Siena dalla Fiat Auto Egypt, una joint-venture tra il gruppo torinese e la Seoudi, che si aggiunge ai modelli assemblati su licenza della turca Tofas. Obiettivo, la conquista del 15% del mercato con la sola vendita della Siena (15.000 vetture l'anno, a regime). Nel '99 la quota Fiat è stata in Egitto del 19%. In Marocco si producono "à façon" nello stabilimento della Somaca due modelli world car e la Uno.

Arriviamo in Sudafrica. Domani 9 febbraio il capo di Fiat Auto Roberto Testore terrà una conferenza stampa a Sun City per presentare i modelli della world car assemblati (anche qui à façon) a Rosslyn, nello stabilimento della Automarkers che già produceva la Uno. In un mercato (in crescita) da 190.000 vetture l'anno, la quota Fiat nel '99 è stata del 4%, l'obiettivo è di raggiungere l'8%. La maggior parte delle componenti delle world car arriva dallo stabilimento indiano della Fiat di cui parliamo nell'altro articolo di questa pagina (sia in India che in Sudafrica la guida è a destra). In Algeria la Fiat ha costruito uno stabilimento ma la produzione non è mai partita, per evidenti motivi politici e di sicurezza. Il governo algerino avanza continue offerte alla casa torinese che ha avviato trattative per rivedere il piano di investimenti, ma per ora non sono prevedibili novità. Anche perché il mercato algerino è quello che è, e a due passi, in Egitto e in Marocco, esistono già realtà produttive in grado di soddisfare la domanda del Maghreb. Si è parlato di un possibile stabilimento in Palestina, per il quale si è speso il presidente Arafat. Inutilmente.

Infine la Polonia, fiore all'occhiello della globalizzazione Fiat. Nel '99 la produzione negli stabilimenti di Tychy e Bielsko Biala hanno fatto il record della produzione con 344.000 vetture, in parte per l'esportazione in Europa (171.000 Seicento) e il resto per il mercato interno. L'azienda torinese conserva la quota maggiore (28,15%) di un mercato in crescita, ma sente sul collo il fiato caldo della Daewoo che ha conquistato il 28%. In Polonia hanno stabilimenti anche la Opel e la Skoda. Nelle due fabbriche Fiat si producono sia i modelli tradizionali che le world car. Al contrario, in Russia la produzione non parte. La Fiat, come gran parte delle aziende straniere, ha congelato gli investimenti in attesa che la situazione economica si regolarizzi. A fine gennaio il presidente della Gaz Nikolay Pughin e Paolo Cantarella si sono incontrati a Torino per rivedere il progetto della società (40% a testa più il 20% della Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) che dovrebbe produrre le world car nello stabilimento di Nizhnji Nougorod. La produzione è rinviata al 2002.

tratto da http://www.ilmanifesto.it/g8/archivio/lavoro_e_migranti/3b33374d78c7c.html

Storia degli Agnelli

Luigi Cipriani, Il vizietto degli Agnelli

La storia della famiglia Agnelli è costellata di connessioni col potere politico ufficiale e coi poteri occulti, massoneria, servizi segreti, a cominciare da quando la famiglia entrò in possesso della Fiat nel 1906.

Il 23 giugno 1908 Giovanni Agnelli (nonno dell'attuale presidente della Fiat) divenuto dal 1906, a seguito di un aumento di capitale, azionista di maggioranza della Fiat, venne denunciato dal questore di Torino per "illecita coalizione, aggiotaggio in borsa e falsi in bilancio". Nel rapporto dell'autorità di pubblica sicurezza Agnelli veniva segnalato come il maggiore indiziato delle manovre fraudolente in borsa che avevano turbato il mercato dei valori e arrecato danni rilevanti ai portatori di azioni. I mezzi fraudolenti consistevano nell'avere provocato nel 1905-1906 enormi ed ingiustificati rialzi delle azioni Fiat, sia col suddividere le primitive azioni, sia col porre dal marzo 1906 in liquidazione la Fiat per ricostruirla immediatamente dopo con un moltiplicato numero di azioni, sia con l'ingiustificato assorbimento dello stabilimento Ansaldo. Il rapporto di questura proseguiva affermando che Agnelli aveva dichiarato nel biennio del 1906 utili consistenti che furono poi distribuiti nel 1907, epoca nella quale la Fiat si trovava già in una crisi che la portò sull'orlo del fallimento.

Il capo del governo di allora Giolitti vegliava sul destino di Agnelli, al quale nel 1907 aveva concesso la croce di cavaliere al merito del lavoro. Il 29 novembre 1908 lo stesso ministro della giustizia Orlando intervenne, con una pesante ingerenza nei confronti della magistratura torinese, affermando che "un'azione penale nei confronti di Agnelli avrebbe avuto conseguenze negative sulla nascente industria nazionale, in particolare piemontese": regione d'origine del primo ministro Giolitti.

A un anno dalla denuncia il perito nominato dal tribunale, professor Pietro Astuti, confermava gli indizi della questura affermando che le scritture stipulate da Agnelli nel 1906 occultavano operazioni personali a scapito della società, e che le operazioni di borsa dovevano configurarsi come un vero e proprio aggiotaggio al fine di procurare fortissimi e ingiustificati profitti. Il 23 agosto 1909 Agnelli venne rinviato a giudizio per rispondere di aggiotaggio e truffa. Con la benevola attenzione del ministro Orlando e con ricorsi vari Agnelli riuscì a rinviare il processo sino al 21 giugno 1911, mentre già nel 1909, dopo le dimissioni, era tornato all'incarico di amministratore delegato della Fiat. Il 22 maggio 1912 il tribunale mandava assolto Agnelli e a nulla valse il ricorso del pubblico ministero, il quale nel giudizio di secondo grado si trovò di fronte, come difensore di Agnelli, l'ex ministro Orlando e come testimoni a favore di Agnelli i dirigenti della Banca commerciale di Milano, Vittorio Roll e Lodovico Toeplitz.

In seguito, durante la fase di preparazione della prima guerra mondiale, la Fiat venne favorita dal governo e ricevette moltissime commesse militari anche dall'estero. Agnelli ottenne dal governo che Torino venisse dichiarata zona di guerra. Gli operai vennero militarizzati e persero le pur minime tutele sindacali, il diritto di sciopero e furono sottoposti al codice militare di guerra. Con le forniture di guerra la Fiat si avviava a divenire una grande industria di livello europeo, la famiglia Agnelli ne deteneva ormai la maggioranza delle azioni di controllo.

 

Agnelli, fascismo e banche d'affari

Col fascismo, commesse belliche, militarizzazione delle fabbriche e della società divennero fattori costitutivi del regime, ed Agnelli un fervente sostenitore di Mussolini, anche presso il re piemontese. Successivamente Agnelli fu nominato senatore del fascismo e benemerito del regime, premiato personalmente da Mussolini l' 1 marzo 1923 col Laticlavio.

Sono del resto molto note le connessioni tra Fiat e fascismo e non è il caso di dilungarvici in questa sede. Conviene piuttosto mettere in evidenza aspetti meno noti. Ad esempio i percorsi attraverso i quali le tre banche private di allora, Comit, Credito italiano e Banco di Roma finirono all'IRI, dove sono tuttora.

Storia particolarmente istruttiva, nel momento in cui gli attuali nostrani nipotini di Reagan tornano a parlare di riprivatizzazione delle banche pubbliche, di Mediobanca in particolare. Anche Mussolini si convertì rapidamente al liberismo. Nel suo primo discorso da deputato il 21 giugno 1921 affermò: "Lo stato è come il gigante Briareo che ha cento braccia. Io credo che bisogna amputarne novantacinque, cioè bisogna ridurre lo stato alla sua espressione puramente giuridica e politica. Lo stato ci dia una polizia che salvi i galantuomini dai furfanti, una giustizia bene organizzata, un esercito pronto per tutte le eventualità di politica estera intonata agli interessi nazionali. Tutto il resto, e non escludo nemmeno la scuola secondaria, deve rientrare nell'attività privata dell'individuo".

Mussolini avrà modo di pentirsi di queste frasi. Nel 1929 le tre banche del paese non furono in grado di restituire i depositi e furono dichiarate insolventi. Si scoperse allora che esse avevano finanziato coi depositi dei risparmiatori l'acquisto di proprie azioni per farle salire di prezzo. Per un reato di questo genere gli amministratori delle banche avrebbero dovuto finire tutti in galera. Il senatore Ettore Conti, presidente della Comit, nel marzo 1931 scriveva nel suo diario "la Comofin (finanziaria della Comit) è stata costituita nel 1920 con capitale sottoscritto da amici della Comit e da società da essa controllate, con lo scopo di assumere partecipazioni e concedere finanziamenti a banche, società ed imprese commerciali e industriali. In effetti lo scopo principale era quello di acquistare dai Perrone le 200.000 azioni della Comit di cui erano venuti in possesso. Gradatamente la Comofin ha aumentato enormemente il capitale. Ora succede che la Comofin è la proprietaria della Comit, ma succede anche che buona parte delle società finanziatrici della Comofin sono possedute dalla Comit. Con questo sistema la Comit è proprietaria di se stessa ed il suo capitale è divenuto fittizio. Fino a che gli affari procedono allegramente, poco male, ma se dovessero imbrogliarsi ne verrebbe un crac spaventoso".

Il crac avvenne e costò allo stato in valori attuali circa 3.000 miliardi, di fronte ai quali Sindona appare un dilettante.

Dopo la caduta del fascismo, nel 1946, una commissione nominata dalla costituente affermò che allora "le responsabilità delle perdite non vennero messe in luce, né i responsabili furono inquisiti". Il perché era molto semplice, nei consigli di amministrazione delle tre banche erano presenti i maggiori sostenitori del regime fascista. Nella Banca commerciale italiana su ventisei membri del consiglio di amministrazione nove erano senatori, Arlotta, Borromeo, Conti, Crespi, Malagodi, Odero, Puricelli, Sammartino di Valpenga, Silvestri e un deputato, Ferretti. Nel Credito italiano vi erano sette senatori, Giovanni Agnelli, Borletti, Carmianti, Cavallaro, Cantorini, Corbino e i deputati Medici, Motta e Pavoncelli. Nel Banco di Roma erano presenti i senatori Cremonesi e Marcello e i deputati Benni, Canelli, Chiesa e Pesenti. I gruppi di comando delle banche erano anche presidenti delle più grandi società industriali (Fiat, Pirelli, Montecatini, Stipel, Tecnomaso italiano, Acciaierie Terni, Chatillon, cotonificio Crespi, Italcementi, Breda ed altre decine) e costoro utilizzarono i depositi bancari per finanziare ed acquistare titoli delle proprie società per fini speculativi.

Il sopraggiungere della grande crisi coinvolse le industrie che trascinarono nel crac le banche. Lo stato dovette intervenire accollandosi le perdite dei privati, creando l'Istituto per la ricostruzione industriale (IRI) , cui affidò anche le tre grandi banche fallite. Nella inchiesta che seguì si venne a conoscenza del fatto che i gruppi di comando avevano finanziato con i depositi dei risparmiatori la maggior parte del loro capitale azionario, il 94% per la Comit, il 78% per il Credito italiano ed il 94% per il Banco di Roma. In questo modo i grandi industriali che controllavano le banche ed attraverso queste i più grandi gruppi industriali non avevano rischiato una lira dei loro capitali. Il fascismo non solo li scagionò ma, accollandosi le perdite, lasciò intatti i loro patrimoni personali.

 

Gli Agnelli, la Cia, il Bildelberg e la Trilateral

Nel 1952 nacque ufficialmente il "Bildelberg Group". Era sorta da poco la Nato ed un profugo polacco, tale Retinger fondatore del "Movimento europeo" finanziato dalla Cia, si fece promotore di un club riservatissimo che avrebbe dovuto raggruppare gli uomini più influenti d'Europa e degli Usa, il Bildelberg Group appunto. Primo presidente fu Bernardo d'Olanda, massone implicato nello scandalo Lockeed nel 1976, coadiuvato da Paul Van Zeeland, ministro degli esteri belga (Nato) e Paul Rijkens, presidente della Unilever.

Del comitato promotore del Bildelberg fecero parte anche Gattskele, De Gasperi, Guy Mollet, Rinay e l'ambasciatore italiano negli Usa Pietro Quaroni. Negli Usa i promotori furono Walter Bedell Smith, direttore della Cia e della sezione Usa del Bildelberg, Arthur Dean, Henry Heinz e Joseph Johnson della fondazione Cervage, messa sotto inchiesta per i finanziamenti avuti dalla Cia.

Nel 1967 quando gli Usa sciolsero l'American Committee (il quale ebbe tra i suoi dirigenti quattro uomini importanti della Cia: Donovan, Allen Dulles, Tom Braden, Charles M. Spofford), venne alla luce che attraverso collaboratori di Bernardo d'Olanda il Bilderberg fu finanziato dalla Cia stessa. Tra coloro che parteciparono al primo meeting del Bildelberg nel 1951 figurano molti personaggi in qualche modo legati alla Cia, come risulta da un'inchiesta del Sunday Times di Londra, censurata dal governo e pubblicata in Italia dall'Europeo il 17 ottobre 1975. C'era Shepard Stone, direttore della fondazione Ford e della "Association cultural Freedom", promotore nel 1951 del Bildelberg, il generale Donovan e Charles Spofford dirigenti della Cia.

C'era anche il leader laburista Hugh Gaitskell fondatore del Bildelberg e animatore del "Congress for cultural Freedom", finanziato dalla Cia e Barry Bingham presidente dell' "International press institute", ente pure finanziato dalla Cia. Vi erano due sindacalisti dell'Afl-Cio, Irwing Brown e Walter Renter, anche loro sovvenzionati dalla Cia e finanziatori della destra sindacale italiana e della Dc. I componenti italiani del Bildelberg erano Giovanni Agnelli, Vittorio Valletta, Manlio Brosio, Guido Carli, Alighiero De Michelis, Amintore Fanfani, Ettore Lolli, Imbriani Longo, Giovanni Malagodi, Giuseppe Petrilli, Pietro Quaroni e Pasquale Saraceno. Tra gli statunitensi: George Ball, segretario di stato, Gerald Ford, Henri Kissinger, David Rockfeller, Andrew Goodposter comandante delle forze Usa in Europa, Allen Dulles della Cia, il professor Brezinski, il generale Morstad comandante della Nato. Tra i componenti degli altri paesi vi erano Joseph Luns segretario generale della Nato, Ludwig Erhard, Franz Joseph Strauss, Hermann Abs della Deutsche Bank, Fritz Berg presidente della Confindustria tedesca, Donald Mc Donald ministro della difesa del Canada.

La sola elencazione degli ordini del giorno dice molto sulla natura del Bildelberg, i cui componenti hanno anche la caratteristica di essere in gran parte massoni. Ecco alcuni degli ordini del giorno:

1954 - Olanda - "Difesa dell'Europa dal pericolo del comunismo e dell'Urss".

1955 - Francia - "Infiltrazione comunista in Occidente".

1955 - Germania - "Stato della Nato, energia nucleare, riunificazione della Germania".

1956 - Danimarca - "Blocchi antioccidente, la Cina, la sovversione comunista in Asia".

1957 - Italia - "Armi moderne e sicurezza dell'occidente, strategie della Nato".

1958 - Gran Bretagna - "Il futuro della Nato e il ruolo dell'Urss".

1961 - Canada - "Iniziative per la nuova leadership occidentale, la Nato e le armi atomiche".

1964 - Usa - "Alleanza atlantica e suoi mutamenti, lo stato dell'Urss, la Cina e Cuba".

1965 - Italia - "La situazione della Nato".

1966 - Germania (per la realizzazione di questo incontro venne incaricato Giovanni Agnelli) - "Riorganizzazione della Nato e sviluppo dell'Europa in rapporto al Terzo mondo".

1967 - Gran Bretagna - "Il gap tecnologico con gli Usa e i nuovi problemi della Nato".

1971 - Usa - "Il cambiamento di ruolo degli Usa nel mondo".

1972 - Belgio - "Europa e Nato".

1974-Francia- "La situazione dell'Europa dal punto di vista politico e militare".

Non occorrono molti commenti per definire il ruolo del Bildelberg, il quale tuttora continua a funzionare in modo clandestino. Nel 1973 Giovanni Agnelli e David Rockfeller si fecero promotori di una sorta di nuovo Bildelberg, meno clandestino e questa volta allargato al Giappone, usando ancora i canali massonici e dei servizi segreti.

Nacque in questo modo la famosa Trilateral, con una veste come dicevo formalmente meno arcigna e clandestina, ma con funzioni analoghe a quelle del Bildelberg. Anche se gli ordini del giorno della Trilateral tendono ad assumere un'ottica planetaria e terminologie meno da guerra fredda, i risultati sono i medesimi. L'ultima conferenza della Trilateral tenuta negli Usa nel 1984 dedicata al tema "La democrazia deve funzionare" ha ad esempio molto a che fare col tema della "grande riforma" di cui si sta discutendo nel nostro paese. La lista dei componenti attuali per parte italiana della Trilateral la dice lunga sul ruolo svolto negli ultimi tempi da costoro nel nostro paese, sulla ingerenza della Trilateral nel nostro sistema politico.

Ecco i componenti della delegazione italiana: Giovanni Agnelli, Giovanni Auletta presidente della Banca dell'agricoltura, Piero Bassetti presidente della Camera di commercio di Milano, Giorgio Benvenuto segretario della Uil, Renato Bonifacio presidente della Aeritalia, Margherita Boniver sezione esteri del Psi, Carlo Bonomi della Invest, Umberto Colombo dell'Enea, Roberto Ducci consigliere di stato, Arrigo Levi giornalista della Stampa, Cesare Merlini presidente dell'Istituto affari internazionali, Mario Monti della Bocconi (scala mobile), Egidio Ortona ex ambasciatore e presidente della Honeywell, Mario Schimbeni presidente della Montedison, Federico Sensi diplomatico, Guido Carli, Paolo Vittorelli Psi, Virginio Rognoni ex ministro degli interni.

Per concludere rimane da ribadire che molti dei dirigenti della Trilateral lo sono anche del Bildelberg, in connessione con la massoneria, la Nato e la Cia.

 

Agnelli, servizi segreti e schedature

A seguito di una vertenza intentata per il suo licenziamento dall'ex carabiniere Caterino Ceresa (assunto dal 1953 col compito di schedare i lavoratori) contro la Fiat, nell'agosto del 1971 il pretore Raffaele Guariniello, a seguito di una perquisizione, scoprì una colossale attività di schedature messa in atto dall'azienda di Torino. Nell'ufficio "servizi generali" erano custodite 354.000 schede informative, di queste 151.000 si riferivano al periodo dal 1967 al 1971.

Dalla tipologia degli assunti e dei respinti, risultò che l'operaio ideale per la Fiat doveva essere apolitico, frequentatore della parrocchia, godere di buona reputazione pubblica, e andava bene anche se iscritto ai partiti di centro, oppure monarchico e missino.

Inventore delle schedature fu il presidente della Fiat, il massone Vittorio Valletta. La struttura del sistema di spionaggio Fiat era articolatissima ed utilizzava dai servizi segreti dello stato ai messi comunali e ai vigili urbani dei paesi minori, alle parrocchie. A capo del servizio di spionaggio interno vi era un ex colonnello di aviazione, Mario Cellerino (pilota personale di Giovanni Agnelli) che per vent'anni era stato nei servizi segreti. Venne assunto nel 1965 alla Fiat insieme ad una ventina di ex carabinieri. Il Cellerino, con il consenso del Sid, costituì il collegamento esterno dello spionaggio Fiat, che prevedeva il passaggio di informazioni reciproche con carabinieri, polizia, Sios dell'aeronautica di Torino e Sid. La Fiat assunse praticamente anche il colonnello dei carabinieri Enrico Settermaier che comandava il Sid di Torino.

I dirigenti della Fiat addetti alla selezione del personale avevano praticamente libero accesso agli schedari del Sid, del Sios, dei carabinieri e della polizia e potevano commissionare a basso costo - rilevarono gli inquirenti - qualunque tipo di schedatura. Per la Fiat lavoravano anche Marcello Guida, questore, ex carceriere di Pertini a Ventotene, implicato nel caso Pinelli a Milano e costruttore della pista anarchica per piazza Fontana; e Filippo De Nardis, che Giovanni Leone dopo la nomina a presidente della repubblica volle a capo dell'ispettorato di Ps al Quirinale. Anche l'ufficio di collocamento di Torino era al servizio della Fiat e si limitava a dare il nullaosta sulle richieste avanzate dall'azienda.

I lavoratori che costruirono la fabbrica di Togliattigrad in Urss ed i tecnici sovietici in Italia furono costantemente sorvegliati dai servizi segreti Fiat. Le schedature proseguirono tranquillamente anche dopo l'approvazione dello Statuto dei lavoratori nel 1970.

La perquisizione del pretore Guariniello colse di sorpresa Agnelli, che si trovava in vacanza. Rientrato precipitosamente, Agnelli si incontrò col presidente Saragat e col procuratore generale Colli. Quest'ultimo avocò a sé l'inchiesta, la tenne nei cassetti per un mese e successivamente la spedì alla Corte di cassazione a Roma, sostenendo che per motivi di ordine pubblico l'inchiesta non poteva essere fatta a Torino. La Cassazione accettò la tesi di Colli e il processo venne trasferito a Napoli dove fu insabbiato. Venne apposto anche il segreto di stato per i rapporti con la Nato di alcune produzioni Fiat.

I rapporti della Fiat coi servizi segreti non si limitavano alle schedature, erano molto più fitti e avevano la caratteristica della dipendenza diretta di agenti nei confronti di Valletta. Ad esempio il colonnello Renzo Rocca, morto suicida il 27 giugno 1968, era capo dell'ufficio ricerche economiche del Sifar. In effetti era dipendente Fiat, alla quale inviava regolarmente rapporti riservati.

 

Agnelli, la massoneria, i golpisti bianchi e neri

Roberto Fabiani, giornalista de L'Espresso (massone di Giustizia e Libertà, confidente di Licio Gelli e dell'ingegner Siniscalchi, massone avversario della P2) esperto di servizi segreti e massoneria, ha scritto in un libro, I massoni in Italia del 1978 che Gianni Agnelli, assieme ad altri industriali, faceva parte della massoneria, nella quale fu introdotto da Valletta, e della P2 prima che venisse sciolta nel 1974.

Al di là di confermare o meno questi dati, quel che è certo (lo ha dichiarato lo stesso Agnelli ai giudici) è che la Fiat ha finanziato abbondantemente la massoneria di Lino Salvini che, non dimentichiamolo, fu messo sotto inchiesta per il golpe Borghese, per l'assassinio del giudice Occorsio e per l'Italicus. Sappiamo anche che attraverso Edgardo Sogno, iscritto alla P2, i finanziamenti finirono anche alla loggia di Gelli.

Dall'inchiesta del giudice Catalani emerse che la Fiat nel periodo fra il 1971 e il 1976, tramite la Banca popolare di Novara, emise circa 3.000 assegni per un valore di allora di circa 15 miliardi, una cifra enorme, tale da giustificare ben altri obiettivi che non il semplice finanziamento alla massoneria. Tramite un prestanome, a riscuotere gli assegni presso la Cassa di risparmio di Firenze era un industriale farmaceutico, Piero Cerchiai, gran tesoriere aggiunto della massoneria di palazzo Giustiniani (Grande Oriente). La conferma dell'emissione degli assegni venne anche dalle deposizioni di Luciano Macchia, condirettore dell'IFI della famiglia Agnelli e di Maria Cantamessa, cassiera generale della Fiat e inquisita per il tentativo di golpe attribuito a Edgardo Sogno e Luigi Cavallo.

L'inchiesta del giudice Catalani mise in evidenza che finanziamenti finirono anche ad Edgardo Sogno, che nel 1976 venne inquisito per insurrezione contro i poteri dello stato e successivamente rimesso in libertà provvisoria. Altri finanziamenti giunsero a Sogno dalla Fiat (400 milioni del 1974) per mezzo del consigliere particolare di Giovanni Agnelli, l'attuale deputato europeo della Dc Vittorino Chiusano, che dal 1966 svolge la funzione di collegamento della Fiat con la Dc. La Fiat aveva anche altri canali di collegamento con l'area del golpismo bianco e della destra Dc.

Nel 1972 venne alla luce il caso di Ubaldo Scassellati, direttore della fondazione Agnelli, che aveva dato al piano "cinque per cinque" legato al movimento della destra Dc "Europa 70" cospicui finanziamenti in vista di un piano presidenzialista simile a quello di Pacciardi e Sogno. Scoperto, Ubaldo Scassellati venne scaricato dalla Fiat che lo sostituì con Vittorino Chiusano per il medesimo scopo. Compagno di cordata dell'allora segretario della fondazione Agnelli era il democristiano Bartolo Ciccardini, esperto Nato, fautore della seconda repubblica, militarista folle; ha più volte chiesto che anche l'Italia si doti di una forza nucleare autonoma.

Finanziamenti della Fiat finirono quasi sicuramente anche alla Cisal, un sindacato autonomo attorno al quale lavoravano elementi legati al Fronte di Borghese (il dentista torinese Salvatore Francia) ed il solito Edgardo Sogno. Quest'ultimo, ambasciatore leader della destra liberale, massone P2 (assieme al repubblicano Pacciardi anch'egli massone) ha rappresentato negli anni della strategia della tensione una sorta di crocevia attraverso il quale si incontravano le varie facce del golpismo e del presidenzialismo. Ex partigiano bianco, il Sogno era legato ai servizi segreti alleati (anglo-Usa) e successivamente alla Nato e alla Cia: in quanto ambasciatore, poteva godere dell'immunità diplomatica per le sue trame. Sogno teneva contatti con tutte le aree del golpismo bianco (Mar di Fumagalli, Rosa dei venti, Europa 70) e nero (Fronte di Borghese, Ordine nuovo, eccetera) ed agiva in proprio, in stretto rapporto con l'esercito e i carabinieri.

Ma soprattutto Sogno era uomo della Fiat e non si limitava ad agire nell'ombra, emarginato tra bombaroli ed agenti dei servizi. Nel 1973, come documenta Gianni Flamini, Edgardo Sogno organizzò a Firenze sotto l'egida del suo "Comitato di resistenza democratica" nei locali della "Nazione" del golpista Attilio Monti un convegno sulla "rifondazione dello stato". Al convegno non intervennero nostalgici golpisti suonati, ma personaggi con cariche pubbliche importanti, come il giudice costituzionale Vezio Crisafulli il quale aprì i lavori affermando "il tema delle modificazioni costituzionali pone i seguenti problemi: repubblica presidenziale, abolizione dell'assurdo, ingombrante bicameralismo, delimitazioni delle competenze parlamentari, con conferimento di poteri normativi propri al governo, unificazione della figura del presidente del consiglio con quella del segretario del partito di maggioranza".

Tra gli altri intervennero sul medesimo tono Aldo Sandrelli, Domenico Fisichella, il componente del consiglio superiore della magistratura Gianni Di Benedetto, Valerio Zanone, Antonio Patuelli. Intervenne anche il consigliere speciale di Fanfani Antonio Lombardo, ex appartenente a Ordine nuovo il quale pose il problema: costituzione antifascista o anticomunista.

Al convegno di Sogno parteciparono anche i democristiani del movimento Europa 70 Pietro Giubilo, Celso De Stefanis, Maurizio Gilardi i quali affermarono: "il periodo di centrosinistra ha prodotto più disastri nel nostro paese di una guerra e ha generato germi di dissoluzione, forze ed energie altamente incontrollabili. C'è la consapevolezza molto più diffusa di quanto non si possa pensare che la prima repubblica è finita". Nel concludere i lavori Edgardo Sogno, soddisfatto della generale accoglienza avuta dalla sua proposta di seconda repubblica presidenziale, mandò un messaggio a Giovanni Leone perché intervenisse anticipando i tempi, aggiungendo nella sua qualità di ambasciatore che ciò era auspicato anche negli Usa.

Il 22 agosto 1974 il PM di Torino Violante ordinò una perquisizione nella casa di Sogno (che ebbe tempo di sparire) ritenendo che "Edgardo Sogno agisce per la costituzione di una organizzazione intesa a riunire tutti i gruppi di estrema destra, tra i quali Ordine nuovo in epoca successiva al suo scioglimento". Nello stesso periodo, con un comunicato di stampa congiunto, il Mar di Fumagalli, le Sam, Avanguardia nazionale, Potere nero dichiararono guerra allo stato.

Il 28 luglio 1974 durante il congresso del Pli, Sogno denunciò il pericolo di un golpe marxista e propose di attuare un colpo di stato liberale per prevenire i tempi. Poco dopo, il 4 agosto 1974, avvenne la strage dell'Italicus.

Che molti aderenti al partito del golpe fossero al corrente di quel che bolliva è confermato dal fatto che il gran maestro della massoneria Lino Salvini invitò gli amici a non andare in ferie perché per l'estate era previsto un tentativo di golpe. Il giorno successivo alla strage dell'Italicus, Edgardo Sogno inviò un fonogramma per sondare i carabinieri ed invitarli ad intervenire. Il giudice Violante fece perquisire anche la sede del sindacato autonomo Cisal e aprì un'inchiesta sui finanziamenti della Fiat all'agente dei servizi segreti inglesi Edward Sciclune, amico di Sogno e direttore della filiale Fiat di Malta, il quale nel 1982 darà ospitalità al generale Lo Prete in fuga dall'Italia per lo scandalo petroli.

Nell'ottobre 1974 il golpe Sogno è nell'aria, il partito americano si è messo in moto. Il presidente Giovanni Leone è tornato da poco dagli Usa, il ministro delle finanze Tanassi con un durissimo attacco ha provocato la caduta del governo Rumor ed afferma trionfante che il centrosinistra è morto! Anche la stampa estera si rende conto di quanto avviene in Italia, tra gli altri Le Monde scrive: "il modo con cui si è aperta la nuova crisi ministeriale italiana ravviverà i sospetti di chi imputa agli Usa interventi e pressioni occulte nella vita politica dei loro alleati".

In quei giorni Edgardo Sogno si incontrò a Roma con l'ammiraglio Birindelli ex comandante Nato, ex presidente del Msi, per concordare l'intervento di militari in occasione di un nuovo attentato che si stava preparando. Accadde però che il genovese Pietro Benvenuto, uomo di fiducia del dirigente della Rosa dei venti De Marchi, mentre stava preparando la bomba ebbe un incidente "sul lavoro" col detonatore e, ferito, fu costretto a fuggire all'estero. Successivamente il giudice Vitalone scagionerà Edgardo Sogno e Pacciardi perché i sospetti iniziali sul tentativo di golpe mai sono assurti a dignità di prova. Nell'aprile 1975 Giovanni Agnelli incontrò il presidente della repubblica Leone, al quale chiese di intervenire contro gli scioperi e per ripristinare la governabilità del paese.

Nel medesimo periodo, dopo una fase semiclandestina, Sogno tornò allo scoperto e rilanciò la propria azione a favore della seconda repubblica, sulla quale scrisse un libro. Nel maggio 1976 il giudice Violante fece arrestare Edgardo Sogno e Luigi Cavallo per il tentativo di golpe bianco del 1974 con la seguente motivazione: "nella strategia del disegno eversivo il pronunciamento militare appare essere soltanto l'innesco di una complessa operazione, che aveva alle spalle importanti settori industriali e della quale sarebbero state protagoniste ristrette élites tecnocratiche della burocrazia statale".

Stretto collaboratore di Sogno, anch'egli sui libri paga della Fiat e del Sid, era Luigi Cavallo, pubblicista torinese, ex giornalista dell'Unità espulso come agente della Cia. Fondatore di riviste e movimenti finanziati dalla Cia come "Pace e libertà" con Sogno, "Fronte del lavoro", "L'ordine nuovo" e "Tribuna operaia", già nel 1955 era consigliere politico e sindacale di Valletta. Cavallo in quegli anni era impegnato in campagne antisindacali, e diffondeva fotomontaggi con esponenti della sinistra e donne nude. Cavallo fu anche fondatore del sindacato "Iniziativa sindacale" finanziato dagli Agnelli ed organizzatore, insieme al principe nero Borghese, di squadre di picchiatori antipicchetti operai. A seguito di una perquisizione nella sua abitazione furono trovate molte relazioni indirizzate all'ingegner Valletta sulle azioni delle squadre di Cavallo, assieme a centinaia di matrici di assegni emessi dalla Fiat.

Il pretore di Torino Guariniello, scopritore della schedatura Fiat, intuì che Cavallo era un golpista ed in attesa di poterlo processare per reati ben più gravi decise di bloccarlo incriminandolo per stampa clandestina ed attività illegale di investigatore. Processato il 26 luglio 1975, Cavallo venne condannato a un anno e 6 mesi di arresto. Nel 1976 la pena venne ridotta e, inviato alla Cassazione a Roma, l'incartamento Cavallo venne insabbiato, la pena condonata. Cavallo rimase libero per poter continuare a tramare, successivamente fondò l'agenzia "A" attraverso la quale, in combutta con Sindona, ricattò Calvi per costringerlo a sostenere il bancarottiere siciliano fallito. Cavallo fu ingaggiato da Sindona nel '77 anche per organizzare il rapimento del figlio del presidente di Mediobanca Enrico Cuccia con il medesimo fine.

Recentemente Cavallo è stato arrestato in Francia (giugno 1984), ma a quanto pare il governo italiano non si sta dando molto da fare per ottenere l'estradizione. Su Edgardo Sogno è praticamente calato il silenzio, tutte le inchieste della magistratura sono state insabbiate o si sono concluse col segreto di stato o nel nulla.

La Fiat può continuare a fare i propri interessi, nel nome della libertà di mercato naturalmente.
tratto da http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/agnelli.html


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